Nota per l’equilibrio delle geometrie e per l’armonia della sua architettura, Piazza Vittorio è luogo straordinariamente curioso: vive infatti - e anzi sopravvive - entro questa simmetria una realtà frammentata e molteplice. Questo aspetto, fortemente caratterizzante, si svela subito al suo osservatore: quello dell’ordine è il miraggio offerto dalle sue strutture, mentre i suoi luoghi sono, a tutti gli effetti, laboratorio di interazioni fra culture, che rinnovano, giorno dopo giorno, certezze e schemi abitativi. 
Da sempre spazio conquistato e sofferto di speranze e possibilità, oggi l’Esquilino è la moderna reincarnazione dello spirito multiculturale cittadino, inscenando un vero spettacolo di convivenza quotidiana. 

Emblema di quella Roma illustre per la sua capacità di integrazione, ne eredita la fama seguendo un modello di combinazione culturale che non soffoca le disuguaglianze ma dà loro respiro, elevando anzi la diversità stessa a manifesto di presenza ed esistenza. Così, nell’impegno di riconoscere le differenze come parte viva dell’equilibrio collettivo, questo luogo trova un modello - certo imperfetto e contraddittorio - che resiste e abbraccia le proprie contraddizioni, proprio in virtù dell’idea che la convivenza funzioni solo dal riconoscimento dell’altro, e non dalla sua cancellazione. 
Allora, poiché la piazza, sola e vuota, resterebbe mero disegno spoglio di senso, sono le persone che, autenticamente vivendo, colorano questa magnifica tela con le loro disparate storie. I volti ritratti vogliono  quindi restituire una trama affascinante perché autentica, e dunque contraddittoria. 
«A Melania, ogni volta che si entra nella piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo…»
Italo Calvino, Le città invisibili
Articolo di Benedetta Orsi e Paolo Scotto di Vettimo
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